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I Serapi: esistono davvero? Stampa E-mail

 

Il mercato dei tappeti non è mai stato così a corto di fantasia nello spiegare la struttura, i formati, o le tipologie degli stessi.

Uno degli esempi più divertenti di questo, è il concetto per il quale i klim tessuti e cuciti nel mezzo, siano stati eseguiti come "tappeti da matrimonio", tessuti per una metà dalla sposa e dalla sua famiglia, e per l'altra metà dalla famiglia dello sposo, e la cui giunzione simboleggi la stessa unione coniugale. In realtà, molto più "prosaicamente", tali klim sono stati tessuti così per la mancanza di telai grandi abbastanza per evitare la giunzione.

Si tende quindi a "colorare" storie come questa, inventando più o meno divertenti aneddoti, piuttosto che creare una strategia valida di vendita e, soprattutto, prepararsi accuratamente sui prodotti che si propongono.

Una delle "storie" più persistenti, è quella per la quale esistessero nell'ultimo quarto del XIX secolo tessitori nel Nordest Iraniano che annodavano un tappeto oggi denominato "Serapi". La cosa riveste una importanza ancor più evidente, se si pensa che oggi i Serapi sono tra i tappeti più costosi e ricercati.

Fermo restando che il termine Serapi non ha nulla a che vedere con il "Serape", altro nome dei poncho messicani, bisogna dire che vi è un villaggio, nel nord dell'Iran, chiamto Serab, oggi abbastanza noto soprattutto per la produzione di passatoie a disegno geometrico su fondo color cammello, ma va altresì detto che la struttura anche tecnica di tali tappeti è estremamente diversa da quella dei tappeti comunemente chiamati Serapi.

 


 

I Serapi sono a tutti gli effetti invece un particolare tipo di Heritz; anzi, a dirla tutta, rappresentano la fascia più alta, in temini di bellezza e qualità di tale produzione, e probabilmente anche i più antichi tra essi. I tappeti tessuti ad Heritz infatti sono generalmente "rozzi", con una densità di nodi estremamente bassa, nervature evidenti sul rovescio, e fanno largo uso, soprattutto dagli inizi del ventesimo secolo, di trame di cotone color azzurro.

I Serapi, al contrario, possono raggiungere una densità di nodi anche tripla (fino a 140.000 nodi a m2) ed usano trame di cotone color avorio, sono più morbidi e più rasati e sottili degli Heritz.

Guardando attentamente un Serapi si può comunque facilmente intuire che appartiene alla stessa tradizione e concezione di annodatura degli Heritz che, va ricordato, nacquero come un "adattamento"  da parte delle popolazioni dell'Azerbaijan Persiano, ai primi Sarouk Ferahan, modificati secondo uno stile più geometrico, astratto, e con decise influenze "tribali".

Come gli Heritz, i Serapi presentano quasi sempre un medaglione centrale di grosse dimensioni, dal quale si diramano palmette stilizzate, tralci, foglie e fiori. In termini di realizzazione quindi, ciò che distingue i Serapi dagli Heritz è l'approccio più raffinato, la maggiore finezza e proporzione dei disegni e, ad esempio, il maggior risalto e l'eleganza che si ottiene, lavorando il disegno dei medaglioni e delle palmette su fondi più omogenei e contrastati.

 


 

Ma allora c'è da chiedersi: "Perchè questa differente etichettatura?"

La risposta risale probabilmente agli anni '50 del XX secolo quando, in seguito allo scadimento qualitativo delle tessiture, iniziato dai primi decenni del secolo, derivante anche dall'introduzione di coloranti sintetici nella colorazione delle lane, dall'utilizzo di lane filate a macchina, e a maggior ragione all'aumento della produzione in risposta alla domanda occidentale, gli Heritz, con la loro struttura grossolana, hanno monopolizzato la fascia bassa del mercato del tappeto, e sono stati considerati, nell'immaginario collettivo, alla stregua di tappeti commerciali, di scarsa qualità.

Basta guardare, a conferma di ciò, gli Heritz vecchi o semi-antichi ancora presenti oggi sul mercato, che presentano disegni poco originali, quasi "a blocchi", tinte sbiadite, densità di annodatura improponibili, per vedere a quale scarso livello qualitativo erano cadute le maestranze che li lavoravano dagli inizi del secolo scorso. Nell'immediato dopoguerra quindi, un potenziale acquirente medio di tappeti orientali, non si sarebbe mai sognato di acquistare un Heritz, se non come esempio di un tipo di lavorazione scadente.

A questo punto, i vari distributori di tappeti, che sapevano che ad Heritz in passato erano stati eseguiti anche manufatti di eccellente qualità (offuscati dalla recente produzione), coniarono un nuovo termine, con il quale commercializzare gli Heritz vecchi (che per noi oggi sono antichi) di buona qualità. Sarebbe stato impensabile infatti convincere i clienti di fascia "alta" che un tappeto fatto ad Heritz potesse rappresentare un buon acquisto, ed allora occorreva una nuovo termine che definisse i migliori Heritz, un nome che potesse acquisire rapidamente la fama ed il prestigio di una "prima classe" del tappeto persiano.

 

 

Il villaggio di Serab, poteva fare al caso; i tappeti ivi annodati erano pochi e poco conosciuti, il nome non era familiare e bastava cambiare una "b" in "p", aggiungere un aggettivo terminale "i" e....voilà...il gioco era fatto.

Il resto è storia, come si suol dire. Per tutto il mezzo secolo passato, i Serapi hanno mantenuto il loro status di "high-end" nel campo dei tappeti antichi. Un Serapi è "meglio di un Heritz.".

Il prezzo di un Serapi in buone condizioni è salito drammaticamente negli ultimi anni. Di conseguenza, molti venditori oggi, sono inclini a rinominare i loro Heritz migliori in Serapi, anche se hanno nervature nel rovescio e la trame azzurre.

Ma in tutta onestà, tutto ciò oltre ad essere disonesto è anche inutile: se saremo in grado di riconoscere che alcuni Mahal, Isfahan, Nain, Tabriz ecc.. sono meglio di altri, dovremo essere in grado di farlo anche con gli Heritz, senza bisogno di una falsa etichetta o di un marchio fasullo che ci faciliti la distinzione.

Di tutte le leggende sui tappeti, quella dei Serapi è una delle più difficili da scrollarsi di dosso.

 

 
I Karabagh Stampa E-mail

(fonte tappetorientale.blogspot.com)

Preambolo
 
I tappeti della regione di Karabagh (giardino nero) sono tappeti con una tradizione storica particolare, in quanto proprio nel territorio di Karabagh fu fondata dallo Shà Abbas I nel XVII secolo una prestigiosissima manifattura di corte a cui si attribuiscono alcuni fra i più importanti tappeti a draghi persiani del Sei e del Settecento. I tappeti primigeni erano sicuramente tappeti più grossolani, ma carichi di forza espressiva e simbolica, (simbolismo criptato ed aniconismo simbologizzato sono state quasi fin da subito la scelta obbligata dei popoli armeni) e quì il geniale Shà Abbas - che aveva compreso il forte impatto delle simbologie caucasiche- li fece fiorire da gran mecenate dell'arte dell'annodatura quale egli era. Non a caso il Pope (uno dei massimi conoscitori di tappeti storici) in controtendenza alle normali attribuzioni, suggerisce persino la possibilità che il tappeto da caccia esposto al Poldi Pezzoli di Milano provenga appunto dalle manifatture di Karabagh.

Caratteritiche Tecniche dei Karabagh
 
Le complicate vicissitudini storiche, fatte di mescolanze di genti, di manifatture di corte impiantate, e di tradizioni preesistenti all'interessamento delle corti persiane ha prodotto nei tappeti di Karabagh una tale eterogeneità da renderla una caratteristica peculiare dei tappeti d'epoca di quella regione. Basti pensare ai curdi, che hanno realizzato e tutt'ora realizzano tappeti di Karabagh geometrici così estranei alle consuete iconografie, da farli scambiare per degli esemplari Kazak. I tappeti Karabagh possono avere un annodatura medio-fine, come grossolana, l’altezza del vello è più bassa dei Kazak ma più alta degli Shirvan. Le trame dei Karabagh sono spesso marroni, mentre il materiale impiegato per gli orditi, il vello e la trama è la lana, anche se non mancano le contesture in cotone.

I tipi di Karabagh

  • Karabagh di villaggio
  • Karabagh-kazak
  • Karabagh Ciondzoresk
  • Karabagh Celaberd
  • Karabagh Kasim-Ushag
  • Karabagh a gol con animali (di cui fanno parte i karabagh di villaggio)
  • Karabagh a preghiera
  • Karabagh palmette a scuso (definizione Eder)
  • Karabagh a disegno modulare
  • Karabagh Goradis
  • Karabagh Erivan

    A partire dalla fine XVIII secolo si aggiungono i Karabagh di ispirazione occidentale, commissionati soprattutto da ufficiali russi o da una certa nobiltà russa francofila, conosciuti come Karabagh disegno aubousson.

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I Tappeti del Sistan - Tesori scomparsi Stampa E-mail

 

(fonte http://www.gospark.it/read/ArticleHead.asp?ArtID=244&Sez=01)

Articolo di Taher Sabahi tratto dalla rivista
Ghereh, International Carpet & Textile Review
Numero 25 - Autunno 2000

Tra i più originali e meno noti tappeti iraniani ci sono quelli dell'arido Sistan, spesso indicati con il nome generico di Baluci o confusi con quelli annodati in Afghanistan. Il Sistan persiano è solo una parte dell'antico territorio che portava lo stesso nome che comprendeva sia l'attuale Khorassan, spingendosi fino ai confini delle steppe centroasiatiche, sia la parte orientale della Persia fino ai limiti del deserto di Kirman, il Dasht-e-Lut, sia le sponde del golfo Persico. Verso oriente, in territorio afghano, il Sistan è definito dal deserto del Registan.

Quest'area, oggi inospitale e battuta dal vento, secoli fa era fertile e densamente abitata, grazie al corso dell'Helmand (1200 km), il più grande fiume tra l'Eufrate e l'Indo. L'Helmand si forma dalla confluenza di numerosi fiumi e torrenti che scendono dall'Hindokush e sfocia in un lago interno d'acqua dolce, l'Hamun-i-Helmand, quasi un grande stagno poiché la sua profondità non supera i 20 m. Nelle terre sabbiose che circondano il lago, composte in massima parte del limo del fiume stesso, il corso d'acqua si frammenta in una quantità di rami, componendo un delta ampio e irregolare che, nei secoli, si è progressivamente spostato verso nord.

Nel III e II millennio a.C., l'Helmand scorreva più a sud e il lago aveva una superficie molto più estesa, oltre quattro volte quella attuale; il grande delta si estendeva in tutta la parte meridionale del Sistan, ospitando in corrispondenza di ogni ramo decine e decine di villaggi e città, di cui oggi rimangono imponenti rovine.

Fertile e irrigua, l'area era allora un naturale portale aperto ad Oriente, verso cui confluivano vie commerciali provenienti dall'area iranica, ma anche dalla Mesopotamia, dalle lontane sponde del Mediterraneo e dall'Occidente.

Dal III millennio a.C., epoca dei più antichi insediamenti, fino a che il Sistan fu travolto dagli eserciti di Tamerlano, vi fiorì una civiltà che raccoglieva elementi di cultura orientale e occidentale, con villaggi e città, che si avvicendarono in importanza nei secoli, tutte ornate di palazzi e monumenti. Nel III-II millennio a.C la città più importante era quella di Shahr-i-Sokhta, mentre in età achemenide il centro del Sistan era quello testimoniato dalle rovine di Dahan-i-Suleiman (500-300 a.C); la città principale in epoca partica e sasanide è stata individuata a Tepe Sharestan (200 a.C. - 400 d.C.).

In quell'epoca, l'abbondanza d'acqua e la fertilità dei limi fluviali, periodicamente irrigati dalle piene dell'Helmand, faceva del Sistan uno dei granai dell'Iran; in età achemenide l'area era nota come Zaranak, o Zranka, un distretto imperiale nominato anche dalle iscrizioni di Dario. Il nuovo nome, Sistan, usato ancora oggi, è probabilmente una contrazione di Sakastan, denominazione che il territorio assunse fin dal periodo ellenistico, quando la foce dell'Helmand e l'intero territorio afghano, fino al bacino dell'Indo, venne conquistato dai Saka, gli Sciti iranici.

Dal I al VI secolo d.C. il fertile e ricco Sistan venne conteso tra gli imperi medio-orientali dei Parti e dei Sasanidi e le popolazioni nomadi del nord, che in progressive ondate si riversarono oltre il corso dell'Amu Darya e del Sir Darya, antichi Oxus e Giaxarte, e oltre le steppe, in cerca di territori dalle condizioni di vita più facili: dapprima gli Unni o Hiong-Gniu, i Kidariti, gli Unni Bianchi o Eftaliti, quindi le prime ondate di Turchi.
I sistemi di irrigazione, i giardini e i campi coltivati del Sistan dovettero conoscere allora una prima fase di abbandono.

Ma la conquista araba segnò l'inizio di un nuovo periodo di prosperità: gli Arabi conquistarono definitivamente il Sistan verso la fine del IX secolo, ed a governarlo si succedettero Samanidi e Ghaznevidi. Mahmud di Ghazna, nei suoi trent'anni di regno, estese il suo dominio da Isfahan all'Indo e fece della sua capitale Ghazna, oggi in Afghanistan, una città fastosa e un importante centro di studi e di arti.

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Lo splendore ghaznevide ebbe però breve durata: soltanto due secoli dopo le orde mongole di Gengis Khan si abbatterono sull'Afghanistan e sul Sistan con inaudita violenza: nel 1272, Marco Polo attraversò quei territori senza far menzione di alcuna città. Herat e Ghazna non erano che mucchi di rovine. Nel 1336 alle orde di Gengis Khan fecero seguito quelle di Tamerlano, o Timur Leng (Timur lo zoppo), che misero a ferro e fuoco il Sistan alzando in ogni villaggio o città piramidi di teste mozzate. Il Sistan ne ebbe un colpo durissimo: rase al suolo le città, distrutti i ponti, i canali e i sistemi di irrigazione, venne messo in ginocchio. Un secolo più tardi, il fertile limo dell'Helmand e le distese di grano non erano che un ricordo. Il Sistan era una distesa desertica, dove le sabbie levate dal vento via via ostruivano e cancellavano i rami del delta, spostandoli progressivamente verso nord.

Oggi, a rivelare che l'arido Sistan è stato un tempo verde, irriguo e densamente abitato, è soltanto l'abbondanza, ricchezza e estensione dei suoi giacimenti archeologici: ampie e basse colline dove l'erosione eolica svela strati e strati di carboni, frammenti di ceramica e rovine.

Non rimangono altre testimonianze dell'antico granaio dell'Iran in questo territorio semidesertico, dove il suolo argilloso sfarina in sabbie perennemente sollevate dal vento, e che rimane fertile solo sulle rive del lago.

Da giugno a settembre vi soffia il Bad-e-Sad-o-bist-Roz, il terribile vento "dei Centoventi Giorni", detto anche Bad-e-Gav-Kosh, il vento "che uccide i buoi", un vento di nord-ovest che raggiunge fortissime velocità e solleva autentiche tempeste di sabbia cui nessuno che non abbia trovato riparo è in grado di sopravvivere, dal momento che il cielo si confonde con la terra e il paesaggio si trasforma rapidamente.

Il centro principale è la città di Zabol, sulle rive dell'Hamun-i-Helmand. La città ha questo nome dall'età Pahlevi. In precedenza era un piccolo villaggio di nome Nasrabad, che sorgeva su di una sponda pianeggiante oggi completamente invasa dalle acque del lago. Sebbene infatti abbia una superficie ben ridotta rispetto a quella di secoli fa, in conseguenza del movimento del delta, il lago ha invaso aree in precedenza coltivate e abitate, spostando il suo bacino in più direzioni. Le dimensioni del lago variano con le stagioni e l'acqua invade e si ritira dai fitti canneti che lo circondano, percorribili soltanto con i tutin, delle lunghe piroghe di canne intrecciate. Zabol è circondata da una corona di villaggi, tra cui Divaneh e Kuttoh.
Oltre a Zabol, tra i più importanti centri abitati del Sistan sono da ricordare Zahedan e Nahbandan. Zahedan si trova nel sud, in corrispondenza del crocevia tra la via per Iranshahr e il Golfo e quella per Kirman e Bam. È sorta una settantina di anni or sono in un sito che si trova a 1400 m sul livello del mare e ospita un'importante nucleo di indiani sikh. Nahbandan invece si trova a nord, sulla via per Birjand.

Le città principali e i pochi villaggi che sorgono lungo le sponde del lago o a margine delle strade sono abitate da una popolazione che è composta in larghissima maggioranza da Baluci, una popolazione di incerta origine, che tuttavia è già menzionata come presente nell'area ad oriente di Kirman nelle cronache della conquista araba. La lingua parlata dai Baluci denuncia molte affinità con la lingua degli antichi Medi o con quelle iraniche, il che depone a favore di una loro origine iranica, sebbene in molti ne abbiano ipotizzato un legame con le popolazione arabe o turche, soprattutto in considerazione del fatto che praticano ancora oggi il culto sunnita.

I clan Baluci presenti nel Sistan sono per la maggior parte del gruppo Sarbandi, ma anche Tukhi, di ceppo Djmalzai e Sarimi, questi ultimi insediati nell'area più settentrionale della regione. Accanto ai Baluci vivono nel nord del Sistan piccoli nuclei di Bahluri, una popolazione di lingua farsi, e di Djamshidi, che sono probabilmente quanto rimane della più antica popolazione autoctona.

Con l'inaridirsi del Sistan i Djamshidi migrarono in Afghanistan, dove entrarono a far parte in seguito della Confederazione dei Chahar Aimaq; soltanto in seguito alle vicende belliche che coinvolsero l'area di Herat alla metà del XIX secolo, alcuni nuclei di Djamshidi rientrarono nel territorio del Sistan.

Ancora oggi la tessitura è ampiamente praticata dalle popolazioni urbane e rurali del Sistan, ed è anzi una delle loro principali risorse. Che vi abbia un'origine remota è un'ipotesi credibile, ma suffragata da pochi dati certi.

Tra questi, la presenza nell'area dei Saka, gli Sciti iranici, di cui era nota la versatile abilità nella tessitura, al punto che alcuni attribuiscono loro la paternità del celebre tappeto di Pazyryk. E anche la testimonianza offerta dai molti frammenti di fibre tessili, tessuti e colori conservati dalle sabbie.

È poi da ricordare un riferimento dello storico Istakhri (X secolo), che ricorda che la maggior parte degli abitanti del Sistan vi intessono tappeti.

Ma degli storici tappeti del Sistan, oggi non esiste traccia e la produzione corrente della fine del XIX secolo è strettamente legata alla produzione tessile della popolazione Baluci.

A.C.Edwards, nella sua rassegna sulla tessitura persiana, pubblicata nel 1953 e descrittiva della situazione dei decenni immediatamente precedenti, riporta che i Baluci dell'area di Zabol, del Sistan e del delta dell'Helmand intessevano tappeti simili a quelli del Khorassan, ma di qualità leggermente inferiore, con la particolarità gradevole di avere però colori più chiari, dominati da un marrone fulvo e da tonalità cammello. Degli esemplari più recenti Edwards lamenta che mancano della ricchezza e profondità di colori propria dei tappeti Baluci, mentre non manca di sottolineare la maggiore ricchezza cromatica degli esemplari più antichi, animati di tonalità di blu e di rosso. Anche la decorazione gli appare più povera rispetto a quella degli esemplari di tappeti simili annodati nel Khorassan e segnala che prevalgono gli schemi decorativi dove il campo è suddiviso in tre pannelli, poi ornati di losanghe. Il testo di Edwards contiene anche un'annotazione curiosa: a quanto riporta, nei primi decenni del XX secolo, un mercante di Zabol avrebbe diffuso tra i tessitori del Sistan i modelli di alcuni disegni a medaglione del Fars, con risultati gradevoli nonostante il contrasto con i colori e i disegni tradizionalmente adottati nell'area.

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Della produzione, che asserisce assai abbondante in passato, Edwards registra la notevole contrazione, descrivendola come ormai inferiore ai 1.000 pezzi annui. Ricorda che i manufatti tessili più interessanti e significativi rimangono i balisht, sacche allungate destinate ad una moltitudine di usi, spesso finissimi e arricchiti di applicazioni di conchiglie.

La produzione recente del Sistan rimane contenuta e artigianale, concentrata in alcuni centri dove l'attività agricola non ha ancora completamente assorbito le risorse di manodopera.

Le caratteristiche tecniche e decorative dei tappeti del Sistan non sono molte diverse da quelle descritte, cinquant'anni or sono, da A. C. Edwards.

Infatti conservano in prevalenza la tradizionale struttura in lana, con orditi morbidamente ritorti e trame anch'esse in lana, passate una o due volte tra i nodi, di colore scuro o grigiastro, oppure anche tinte in arancio brillante con l'henné.

Il nodo è prevalentemente di tipo asimmetrico, aperto a sinistra, in densità normalmente compresa tra 900-1600 nodi/dmq, ma che può raggiungere per alcuni manufatti più raffinati anche i 3.000-5.000 nodi/dmq.

La finitura delle cimose vede due o più gruppi di orditi (3/4 orditi singoli) ancorati dalle trame strutturali e quindi avvolti da filati di rinforzo in lana di capra nera, dal caratteristico aspetto lucente.

Tanto la lana di capra, che quella di pecora impiegata per l'annodatura sono di produzione locale: le capre vengono allevate in gran numero intorno a Zabol, e nel bazar della città si trovano molti piccoli laboratori che producono e vendono questo filato. La lana di pecora del vello e della struttura proviene anch'essa da greggi locali, oppure viene acquistata in Khorassan, così come il filato di cotone utilizzato, più raramente, per la struttura.

I colori sono spesso dominati dal contrasto tra rosso brillante, blu cupo e varie tonalità di sabbia che caratterizza la maggior parte dei tappeti Baluci. Rispetto a questi, tuttavia, i tappeti del Sistan sono più ricchi di tonalità secondarie chiare e brillanti, come il turchese, il giallo e l'arancio. Di norma questi colori erano riservati ai dettagli della decorazione, trattandosi di tonalità più difficili da ottenere con metodi tradizionali e con maggiori costi.

Ma l'introduzione dei coloranti sintetici, diffusi in Sistan fino dai primi decenni del Novecento, ha consentito di estenderne l'uso; così, nella produzione più recente, non è inconsueto trovare esemplari con colori tradizionali del tutto diversi da quelli tradizionali.

Questi erano ricavati da sostanze naturali di facile disponibilità, per lo più gli stessi impiegati in tutta la Persia: l'indaco (nil) per le varie sfumature di blu e di celeste; la robbia (ronas), per il rosso, in tonalità che variano dall'arancio chiaro, al rosso brillante, al bruno; lo zafferano, forse la più costosa tra le sostanze coloranti naturali, per il giallo arancio; l'onnipresente scorza di melograno (pushte anar), per il giallo ocra e il marrone, nonché per scurire i vari bagni coloranti.

Per la stessa funzione veniva utilizzato il maak, nome attribuito localmente all'ossido di ferro, ottimo anche come mordente e ampiamente utilizzato in Sistan ancora oggi, nonostante, come noto, tenda a corrodere le lane ed a renderle friabili. Un altro mordente di larga diffusione è l'allume, o zadje sefid.

I vari e diversi colori sono composti a formare decorazioni semplici di stile geometrico, spesso allineate in filari regolari a pieno campo, più raramente organizzate secondo schemi di maggiore complessità. I diversi motivi che ritornano nella produzione del Sistan sono legati sia alla tradizione delle genti locali, sia anche a quella delle popolazioni contigue, i cui temi decorativi vengono ripresi e interpretati.

Tra i disegni più frequenti c'è il neshan, letteralmente il sigillo, un piccolo ornamento comune a gran parte delle popolazioni Baluci, e di origine antica. Si tratta di un elemento cruciforme, con terminazioni dei bracci a punta di freccia e centro quadrangolare, che spesso orna il campo in ordinati ricorsi; in altri casi può essere inserito all'interno di comparti quadrangolari, talvolta disposti in verticale, a comporre una sequenza di medaglioni, talvolta invece allineati a pieno campo. Il neshan è frequentemente usato anche all'interno delle bordure e ricorre sui tappeti del Sistan in varie dimensioni e in versioni più o meno complesse, talvolta arricchite di lumeggiature di lana chiara o turchese.

Altrettanto frequenti sono altri motivi geometrici di semplice esecuzione, e che si prestano a comporre schemi decorativi diversi e movimentati: i kheshty, o griglia e il lozi, la losanga, un piccolo diamante che è d'uso comune tanto nel campo, con ruolo per lo più secondario, che nelle cornici e che ha, come spesso accade in Oriente, funzione di talismano.

Lo stesso significato è attribuito ad altri due simboli che ricorrono sui tappeti del Sistan: il pendje, la mano e il dodenit, l'orecchino. La mano è riprodotta in modo estremamente schematico: da un motivo triangolare si allungano cinque tratti rettilinei, in un disegno simile ad un pettine e che viene spesso interpretato, erroneamente, proprio in questo modo. Il disegno, per lo più di piccola dimensione, viene spesso utilizzato in Sistan come motivo decorativo principale, e disposto in fitti allineamenti sul campo, per lo più rosso vivo, di tappeti che risultano di grande suggestione. La mano e le cinque dita, per le popolazioni islamiche, sono simbolo dei principi religiosi principali: fede, preghiera, pellegrinaggio, digiuno e carità, ma anche un importante talismano, noto come "mano di Fatima", dal forte valore protettivo. Analoga funzione ha il cosiddetto dodenit, o orecchino, in realtà la raffigurazione grafica di uno dei più tradizionali amuleti orientali, un monile di forma triangolare per lo più utilizzato come pettorale, con tre, cinque o più pendenti.

Non mancano sui tappeti locali gli elementi vegetali geometrizzati caratteristici di tutta la produzione Baluci, e che nel Sistan sono definiti pitch, cespugli: hanno la forma di foglie stilizzate ed anch'essi, come il neshan, possono essere utilizzati tanto nelle bordure che sul campo, in allineamenti liberi oppure inseriti all'interno di comparti. Oltre a questi, un secondo motivo tradizionale del repertorio decorativo Baluci adottato con decisa frequenza in Sistan è il cosiddetto siah khar, l'opera nera: una serie di losanghe concentriche definite da profili dentellati, e realizzate con lane nere o rosse, di tonalità molto cupa. Tra i disegni adottati in passato dai tessitori del Sistan, forse per ragioni commerciali, ma provenienti da aree contigue, c'è ad esempio il chapat oshr, termine locale con cui si indica il tipico gul delle popolazioni turkmene, adottato in Sistan in una versione tondeggiante, talvolta di piccolo formato e disposto in più ricorsi sul campo, talvolta grande, quasi un medaglione. Da Joshegan proviene il tipico disegno jangali, con i caratteristici salici geometrizzati, che nella versione del Sistan sembrano più stilizzate fontane, animate da tocchi brillanti di colore e disposte sul campo in uno o più colonne verticali.

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Consueto poi il disegno goldani, cioè a vaso, dove i vasi acquistano grande formato e le forme più varie, e sono disposti in orizzontale, spesso alternati a botteh morbidamente ricurvi. In Sistan il goldani è noto in una quantità di varianti, tutte dotate di un proprio nome legato al tipo di fiore raffigurato; il più suggestivo è forse il gol-e-gandan, letteralmente il fiore di zucchero, dove il vaso è estremamente stilizzato ed i fiori sono sostituiti da una piramide di motivi circolari.

Nei tappeti degli anni '50-'60 ritorna spesso anche uno schema decorativo a medaglione (sel-selkhi), con un motivo cruciforme di colore scuro centrato su di una grande losanga rossa, che sfiora i bordi del campo definendo quattro cantonali di colore chiaro o dorato, definita da sottili linee scure ricurve.

Tutti questi motivi decorativi tradizionali sono ormai scomparsi dalla produzione tessile contemporanea: provato dalle difficoltà economiche degli ultimi decenni, il Sistan ha visto di fatto interrompersi la annodatura dei tappeti destinati alle piccole reti commerciali. Recentemente, sia organizzazioni governative a finalità umanitarie, sia agenzie e compagnie commerciali governative e private vi hanno riavviato numerosi atelier di tessitura, particolarmente nel circondario di Zabol, dove sono attivi circa 900 telai. Le organizzazioni governative, come la Sherkate Farsh e la Sanayeh Dasti, operano sotto il controllo del Ministero del Commercio e del Ministero dell'Industria e dell'Artigianato con l'intento di non far disperdere la tradizione tessile locale, mentre le compagnie private hanno trovato nel Sistan un bacino di manodopera affidabile e di costo contenuto. La produzione attuale, però, ha dimenticato i motivi tradizionali e ha adottato i motivi floreali a medaglione caratteristici dell'area di Sarough, o dei centri di produzione più importanti del Khorassan, come Birjand o Mashad. Questo per ragioni puramente commerciali, dal momento che il mercato estero richiede oggi prodotti di pregio, piuttosto che manufatti semplici e non raffinati, quali erano i tradizionali tappeti del Sistan.

Così gli esemplari illustrati in queste pagine possono essere considerati gli ultimi e preziosi testimoni di una produzione ormai scomparsa, travolta, come molte altre, dalle dure leggi del mercato.

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