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Il Piacere della scoperta dei Tappeti Orientali Stampa E-mail

 

L'Oggetto della Settimana 

 

Zoom Processing, please WaitN/1810 - Kirman antico in buono stato di conservazione, con trame e ordito in cotone ed annodatura in lane pregiate. Realizzato a cavallo dell'inizio del secolo XX°, si presenta con un disegno a medaglione centrale, con tralci e fiori, ed una bordura a boteh.

Misure cm. 144 x cm. 88

Prezzo: 1.600,00 1.120,00

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L'Articolo della Settimana

I Tappeti Armeni - prima parte

(per gentile concessione del Dr. Arà Zarian)

Il tappeto armeno nacque come oggetto d'uso comune e divenne espressione artistica già nei tempi antichi. Tra le decorazioni più usate, simboli come la svastica, la ruota, il cosmogramma, i simboli della vita, dell’eternità, la croce, i simboli floreali, vegetali e animali, come quelli che si ritrovano sui graffiti di Ughtasar (regione di Vayk in Armenia centrale) del V° millennio a.C., oppure sulle steli votive “vishap”, poste in rettilinea lungo i bacini e i percorsi d’acqua. Animali e simboli totemici o geometrici, in generale, rappresentano una cultura preesistente che ha segnato nel tappeto tappe importanti e espressive.

 


(Centri di tessitura e fabbricazione di tappeti armeni nel X sec.)

 

Spesso si tende ad omettere e a non riconoscere appieno l’apporto fornito a quest'arte dagli armeni e della valenza che attraverso essi è stata trasferita e tramandata nel tappeto. L'uso del tappeto come strumento di preghiera nella cultura armena anticipa infatti quella dei musulmani; alcuni studiosi teorizzano che l'uso e l'espressionismo islamico delle popolazioni arabe per l’arte del tappeto derivi proprio dalle popolazioni cristiane armene. Gli esperti sanno bene che i tappeti venivano annodati dai caldei, dai curdi, dai nomadi, dai persiani e dai cinesi. La peculiarità è che i tappeti cristiani sono stati tessuti dagli armeni sin dall’inizio dell’adozione del cristianesimo in Armenia nell'anno 301.

Un notevole contributo all’argomento si trova nell’interessantissimo libro del tedesco Volkmar GantzhornIl Tappeto Cristiano Orientale “” (Benedikt Tascen Verlag, Köln, 1990), libro che porta un fondamentale contributo alla conoscenza dei materiali utilizzati per la tessitura, dei colori naturali d’origine vegetale, l’uso di simboli della tradizione armena, le tecniche di tessitura, i segreti del mestiere tramandati da madre a figlia, le caratteristiche cromatiche, compositive e infine, la particolare composizione artistica dei tappeti cristiani armeni a segnalare la presenza di varie tipologie compositive che nascono in precisi luoghi sull’Altopiano Ararateo e si diffondono in una vasta area geografica anche di credo musulmano, risentendo interessanti influenze ed elaborazioni stilistiche interpretate con incredibile creatività e varietà simbolica. Questo fatto rappresentativo si ricollega perfettamente alla tipologia dell’architettura delle chiese cristiane armene e la diffusione delle composizioni architettoniche nel Medio Oriente e in Europa.

 

 

(Presenza degli armeni nel Caucaso e In Turchia prima del genocidio del 1915)

 

Fonti greche, romane, persiane, indiane e georgiane documentano inoltre l'ottima qualità della lana in Armenia, richiesta da molti paesi e presente in numerose varietà note come heghn (vello), asr (bianca, lucente di pecora), asrakerp (schiumogena), asrapajy (bianca, lucida), gzat (ribattuta, pettinata), kazn (bianca, lucicante) e dchur (lana di caprone di angor di pelo fino).

Ben noti erano anche i colori naturali conosciuti dai greci e dai romani con i nomi: rubia, horobitis (rosso),  armenium (azzurro); famoso è anche il vordan karmir, colorazione ricavata dai vermi di radice di cocciniglia, molto diffusi nella Pianura dell'Ararat.

E' da segnalare il fatto che molti dei più affascinanti tappeti presenti in commercio oggi hanno temi che richiamano i tappeti tipicamente armeni come il Gohar, Vishapagorg, Arzvagorg, Khatchagorg, Tzaghkagorg e Trchnagorg di cui si parlerà più avanti.

Tanti tappeti armeni portano il nome della località di produzione e delle scuole di tessitura e sono conosciuti come tappeti del gruppo di: Lorì, Sevan, Pambak, Dilidjan, Gharabagh, Artzakh, Ararat, Vaspurakan, Gegharkunik, Gokhtn, Gugark, Karin, Sebastia, Kars, Syounik, Shirak, Nor Djunghà, Anì, Dvin, Arzn, Mush, Van, Erzrum, Izmir, Kuba.

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Tappeti armeni in Italia

A conferma della veridicità della tradizione secolare armena di quest’antico mestiere, che in Armenia era prerogativa femminile, si segnala un fatto curioso e unico con riferimento ad una vera scuola e fabbrica di tessitori di tappeti armeni in Italia, nei pressi di Bari. In seguito agli atroci avvenimenti del genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1918, nel quale, come ben si sa, il governo ottomano dei Giovani Turchi trucidò un milione e mezzo di armeni, si assiste all’insediamento di una colonia di profughi armeni nel capoluogo pugliese dove si forma un villaggio chiamato Nor Arax. In un primo momento i profughi furono collocati in un capannone vicino a una fabbrica di tappeti, dove ebbero occasione di mostrarsi all'altezza della loro fama di tessitori. Nel 1926 con l’intervento del poeta armeno Hrand Nazariants, anche lui scampato ai massacri, il ministro Luzzato garantì ai rifugiati sei padiglioni su un terreno acquistato dall'ANIMI (Asssociazione Nazionale degli Interessi nel Mezzogiorno) e nel 1927 l'Acquedotto pugliese donò una fontana garantendo acqua potabile; all'inaugurazione di tale evento parteciparono tutte le massime autorità istituzionali ed ecclesiastiche dell'epoca. Grazie quindi all’opera di sensibilizzazione svolta da Nazariants, dalle autorità italiane e di alcuni privati, a Bari sorse la prima “Società Italo – Armena dei tappeti orientali“.

 

 

Spostamenti dei centri di tessitura armeni dopo il genocidio del 1915)

 

La presenza di maestranze armene a Bari fece di questa città un’importante centro di produzione così come, con ben altre proporzioni, Marsiglia dove si erano stabiliti circa trentamila Armeni. L’attività della tessitura ebbe tale successo da incentivare l’apertura di altre scuole in Calabria ed una ad Oria, nel brindisino. Dagli armeni i pugliesi impararono l'arte della tessitura dei tappeti orientali, tanto che quelli prodotti a Bari furono acquistati da re Faruk, da Pio XI, dalla Regina Elena e da diversi enti, come la Banca d'Italia e l'Acquedotto pugliese.

 

Il simbolismo e la criptatura

I collezionisti di tappeti ben conoscono i preziosi esemplari di tappeti armeni dalla simbologia composito-criptata, stratagemma utilizzato per nascondere ai maomettani sia il figuralismo del tappeto, sia il significato cristiano che tale figuralismo rappresentava. Tale abilità nel mascherare i simboli del cristianesimo armeno, si ritrova anche nell’arte dei khatchkar (croci scolpite sulle pietre), dove il volto di Gesù Cristo scolpito in rilievo sulla pietra, assume fisionomia selgiuchide con occhi a mandorla, trecce ai lati del volto e indumenti tipici dell’arte musulmana. L'intento di tutto ciò era semplicemente di camuffare i simboli appartenenti al cristianesimo e favorirne la diffusione e quindi la sopravvivenza.

Il popolo armeno fu infatti costretto spesso nella sua storia alla diaspora, decimato dalle persecuzioni, sottomesso alle dominazioni straniere e sottoposto a trasferimenti forzati soprattutto verso la Persia Meridionale e la Grecia Settentrionale. Per proteggere il proprio culto e la propria identità dalla soverchieria islamica, gli armeni, grandi maestri di tessitura già prima ancora dei tempi di Marco Polo, diedero ai simboli dei loro tappeti un linguaggio che era destinato ai soli "iniziati". Si può affermare quindi che il simbolismo criptato e l’aniconismo simbologizzato hanno costituito fin da subito una scelta obbligata del popolo armeno, tappeti dalle simbologie composite dunque, che osservati con attenzione potevano dare una interpretazione completamente diversa, ma soprattutto cristiana. Allo stesso tempo, nel molteplice ambiente culturale e religioso dell’area caucasica, si assiste, nelle tessiture di origine islamica, all’utilizzazione di segni geometrici e ornamentali, che spesso, ricalcati  in modo quasi meccanico, non trasmettono tutta la carica simbolica e ideologica tipicamente riscontrabile nei tappeti di origine armena, dove ogni elemento, caratterizza una concreta idea di una rappresentazione stilizzata della cristianità armena.

Altra fenomenologia interessante, non meno diversa per significato e dinamica, è data da quei decori di tipo “occidentale” che spesso si possono riscontrare nei tappeti armeni o d’influenza armena provenienti dalla Persia, dalla Turchia e dal Caucaso in generale. La molteplicità dei simboli occidentali utilizzati in questi tappeti proveniva infatti dall'araldica: ricco bagaglio di simboli, alcuni dei quali pare provenuti direttamente dalla simbologia armena pre e post-cristiana. Ad esempio, su tutti i khatchkar e anche nei rilievi architettonici, la forma armena del giglio, ossia la "radice lessa" si presenta fin dal settimo secolo nella sua protoforma di “E” a forma di omega, come radice della croce, come simbolo della resurrezione.

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Con l'intercambiabilità propria di questi concetti, nel primo e nell'alto Medioevo troviamo spesso nella miniatura e nei tappeti, invece della croce, le "radici lesse”, sotto forma di albero della vita o del paradiso, per lo più incoronate dalla croce o collegate a esse. Per esempio nel rilievo di bronzo della porta a San Zeno a Verona è ancora chiaramente riconoscibile il collegamento compositivo con i khatchkar.

È importante fare anche un accenno al simbolo della doppia aquila caucasica, simbolo utilizzato da Costantino il cristiano e che sia nel passato che oggigiorno viene spesso utilizzato nei ricami di tanti “Kazak”. Si ritiene che i noti motivi dei cosidetti "kazak ad aquile" o Celaberd, si siano allontanati dalla forma di partenza, perdendo in seguito, proprio per la scelta afiguratistica, quell’aderenza alla natura, e che molti corpi di uccelli si siano uniti in una "infiorescenza gigantesca" oppure in un "medaglione raggiato". La verità è che abbiamo a che fare ancora una volta con la fenomenologia della simbologia composita armena, in questo caso un simbolo di aquile composite.

 

Testimonianze storiche dei tappeti armeni

In Islamic Textiles di Robert Bertran Serjeant, ritroviamo un’attenta panoramica della diffusione dei tappeti annodati dal sesto al tredicesimo secolo, mentre con lbn Khaldun, massimo storico e filosofo del Nordafrica, considerato un sociologo ante litteram delle società araba, berbera e persiana, abbiamo la testimonianza della più antica menzione dei tappeti armeni e precisamente il riassunto dei ruoli delle imposte naturali, tratti da un’opera intitolata Djirab al-Dawla di Ahmed ibn ‘Abd al-Hamid della fine dell’ottavo secolo, dove si afferma che gli armeni erano tenuti a fornire ogni anno, a titolo d’imposta, venti tappeti (busut mahfùra) ai califfi di Bagdad. La notizia è integrabile a quella di Tha’alibi (prima del 1021) il quale riferisce che gli armeni, a quell’epoca, dovevano fornire al sultano buydico, assieme ad altre imposte, ogni anno trenta tappeti.

Nel 768, Tabari menziona un arminiya, cioè un tappeto armeno. Kàroly Gombos cita lo storico arabo Muhammed Barishini, il quale riferisce che l’emiro Yusuf abu-Sadsh nel 911 aveva inviato, insieme ad altri doni, al suo califfo Muhtashir sette tappeti armeni.

Troviamo una precocissima menzione di tappeti annodati armeni anche nell’Enziklopadie des Orientteppichs, in cui Iten- Maritz cita N. Adonts, il quale afferma che nell’813 il khan bulgaro Krum nelle sue scorrerie in Oriente aveva fatto bottino di Armeniatika Sronglomaletaria, cioè di tappeti armeni di lana annodati. La stessa fonte cita anche lo storico Bayhaki, il quale nel 1025 riferisce che Mahmoud di Ghazna aveva fatto omaggio al governatore del Turkestan orientale, Kadir khan, di pregiati tappeti armeni.

Nell’Islamic Textiles altri tappeti annodati armeni vengono citati sia nell’Hudud al-‘Alam, sia da parte di Makdisi (mukkadisi) e di lbn Haukal, entrambi nel decimo secolo. Ibn Haukal precisa l’ubicazione dei centri di produzione degli armeni: essi vengono prodotti a Marand, Tabriz, Dvin e in altre province dell’Armenia. Nell’Hudud viene nominata anche la provincia di Shirvan e, come luogo di produzione dei mahfùrì, vengono specificate le località di Shirvan, di Khursan e di Derbent.

Per quanto concerne l’occidente, diverse fonti riferiscono la produzione nel decimo secolo, di tappeti armeni annodati in Andalusia, manufatti di aspetto simile ai migliori tappeti annodati armeni di qualità superiore. Il centro di produzione viene fatto risalire nella provincia di Murcia, città di Murcia, a Tantala e ad Alsh, corrispondente alla colonia greca di Hemeroskopeion.

Gli storici antichi non riferiscono di alcuna produzione di tappeti nel Turkestan occidentale, anche se si conoscevano merci provenienti dalla Cina e dall’India.

 

L'invasione Selgiuchide

La maggior parte dei centri di annodatura dei tappeti armeni è stata danneggiata e distrutta in seguito all’invasione selgiuchide del 1071. Nell’Armenia occidentale, l’unico centro di fabbricazione di tappeti annodati in tutta la regione del sultanato di Iconico, sembra essere Kalikala, attuale Erzorum, dal cui nome deriva il termine arabo Kali (hali in turco), designante il tappeto armeno. Nello spazio culturale dell’Armenia orientale invece, sopravvivono i centri di Dvin (Dabil), famoso per i tappeti porpora che vi si producevano, di Tabriz e la regione di Shirvan.

Inoltre grazie ai trasferimenti forzati, soprattutto verso la Persia meridionale e la Grecia settentrionale, nel primo secolo ebbero luogo due grandi ondate migratorie, con le quali gli armeni misero piede non soltanto in Asia Minore, ma anche in Italia, in Francia e in Spagna. La minaccia dei Selgiuchidi portò all’emigrazione di gran parte della popolazione verso ovest, dove il Wilayet Sivas, la regione di Kayseri, Smirne (Izmir), i monti del Tauro e la Cilicia, la Grecia settentrionale e i territori dei Carpazi divennero centro d’insediamento armeno. Inoltre troviamo minoranze armene non soltanto in Siria, in Egitto e in tutte le città costiere del Mediterraneo, ma anche in Persia, in India, nelle isole Sonda e in Cina. Nel 1095, durante la prima Crociata, si formarono rapporti di parentela con la Francia e la Sicilia attraverso numerosi matrimoni.

In conclusione è utile sottolineare il fatto che i tappeti non devono essere intesi come dei semplici "drappi calpestabili", ma come dei veri e propri prodotti tessili dei fedeli cristiani e delle “icone anoggettuali”, oggetti di culto delle chiese cristiane d’Oriente e che, assieme ad altri prodotti tessili, rappresentano il più importante contributo armeno alla storia dell’arte mondiale.

I tappeti quindi sono parte integrante della cultura del popolo armeno, che ha più d'ogni altro, sofferto di innumerevoli spartizioni, saccheggi, spoliazioni, deportazioni, asservimenti, uccisioni, oltraggi, che è stata derubata della sua stessa arte, la cui paternità è stata attribuita in seguito ai conquistatori, in buona fede o attraverso manipolazioni. Il patrimonio della tessitura del tappeto orientale è una componente dell’identità armena e come tale deve essere concepito e valorizzato.

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L'Articolo della Settimana

Le date nei tappeti

L'età di un tappeto è una delle componenti cardine atte ad identificarne anche la rarità e, in sintesi, la qualità. Spesso i tappeti presentano al loro interno una data, o comunque dei numeri, che in molti casi, ma non sempre, indicano proprio la data di esecuzione del manufatto.

La datazione dei tappeti viene quasi sempre indicata con cifre arabiche (ma in alcuni casi a caratteri latini) e, contrariamente al verso della scrittura, queste vengono generalmente redatte da sinistra verso destra. In particolare, mentre nei tappeti caucasici, turchi, indiani, viene quasi sempre rispettato il verso "occidentale" della scrittura, in alcuni tappeti persiani, i numeri vengono riportati seguendo l'andamento della scrittura e cioè da destra verso sinistra. Per ragioni estetiche inoltre, a volte le date vengono ripetute in modo "riflesso" e simmetrico.

 

 

I numeri arabi "o indiani" e l'equivalente in cifre latine.

 

Appare chiaro quindi che, la data in se stessa, non può essere indice univoco per la corretta interpretazione dell'epoca del tappeto, in quanto vi sono molti parametri che possono ingenerare confusione. Esiste infatti la possibilità che venga omessa la prima cifra della data (l'uno delle migliaia), o che la stessa sia scritta nel senso contrario; c'è chi annoda dei numeri che pur assimilabili ad una data, vengono inseriti  solo perchè beneauguranti o, nella peggiore delle ipotesi, tutta la zona in cui sono annodate le cifre della "data", sia il frutto di un "restauro" eseguito ad arte, tendente a "invecchiare" artificialmente un manufatto.

Determinare quindi l'età di un tappeto, significa raccogliere e giudicare equamente tutte le caratteristiche note: la provenienza, il disegno, il tipo e la tonalità dei colori usati, la struttura dell'annodatura e la qualità della lana, cotone o seta, usati. Il "primo acchito", o uno sguardo superficiale, possono facilmente trarre in inganno, in quanto non è difficile trovarsi di fronte a tappeti antichi ben conservati, che sembrano appena usciti dal telaio o, al contrario, a buone imitazioni, invecchiate con gli espedienti più originali e fantasiosi.

Ma, ritornando ai tappeti "datati", che rappresentano comunque una scarsa minoranza nel panorama dei tappeti orientali, proviamo dare la giusta interpretazione a quello che di solito si riesce a vedere....

Va innanzitutto detto che siccome i tappeti venivano annodati per la maggior parte da popolazioni musulmane, le date si riferiscono al calendario islamico, che tiene conto dell'anno dell'Egira, il 622 dopo Cristo, anno nel quale Maometto fuggì dalla Mecca a Medina e che, siccome tale calendario è basato sulle fasi lunari e non su quelle solari come quello gregoriano, ogni singolo anno ha 11 giorni meno del nostro (all'incirca 1/33,7 in meno).

Va da se che per eseguire una corretta conversione, bisogna leggere la data islamica, calcolarne il 33esimo,7, sottrarlo alla data stessa, e aggiungere quindi 622 (che è l'anno di partenza di quel calendario).

Data ad esempio una iscrizione riportante il 1298 avremo:

1298 / 33,7 = 38,52

1298 - 39 = 1259

1259 + 622 = 1881

Per semplicità, almeno per quello che riguarda le date comprese tra il 1870 ed il 1920 (che sono poi la maggioranza dei tappeti datati attualmente in commercio) si usa evitare questo macchinoso calcolo e, semplicemente, aggiungere il numero 582 alla data iscritta nel tappeto. Lo scarto infatti risulta essere inferiore ad un anno.

La domanda seguente a questo punto è stabilire come e quando sia possibile catalogare un tappeto tra i tappeti nuovi, vecchi o antichi. Non esistono a tale scopo tabelle universalmente riconosciute e "scientifiche" ma, in ambito commerciale, si è dimostrata altamente utile e "corretta", la classificazione secondo la quale i manufatti che abbiano superato i 100 anni siano da considerare antichi, quelli in un'età compresa tra i 50 e i 100 anni, vecchi, e i più recenti, seminuovi (tra i 25 e i 50 anni) e nuovi quelli con meno di 25 anni.

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