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Tappeti Galeotti (Prima parte) Stampa E-mail

 

Lettere al carcere sull'arte di tessere liberi

Ci sono raccolte più o meno celebri, di lettere dal carcere. Qui invece, si raccolgono e riassumono soltanto delle lettere al carcere... perché non hanno avuto mai scritto di risposta.

Questo libretto, vorrebbe stimolare la ripresa di un laboratorio che pare naufragato dopo il suo brillante inizio. Il libretto, comunque, concorre ad attestare un esperienza rara e promettente, anche se non mantenuta. . . "a futura memoria, se la memoria avrà un uturo" (Leonardo Sciascia).

Quest'umile fascicolo di fotocopie incolori non può render giustizia (per così dire) all'arcobaleno creativo dell'esperimento che ci racconta. Questo almeno però, è documentato con le foto a colori su Internet e FaceBook.(*)

Nel 2010, ho avuto la fortuna di entrare nel carcere di Terni in qualità di "Professore di Tappeti" in un Corso sulla tessitura artistica con il telaio a mano. Stranamente, non ero affatto arruolato in Onlus o altre Associazioni. Avevo soltanto proposto un progetto mio, direttamente, a un Direttore di carcere apertissimo a certe attività. La mia gli piacque ed in effetti, gli riuscì pure di riciclare un fondo modesto, già stanziato ma non utilizzato. Questo purtroppo, avrebbe ristretto il mio Corso in sole 30 ore.
Tale limite non mi scoraggiava, nella prospettiva di impiantare, dopo il corso, un'attività permanente e continua per i Detenuti, dove personalmente, dovevo intervenire solo saltuariamente, nella supervisione, stimolo e promozione esterna dei loro prodotti artistici. Lo stesso sogno di laboratorio era stato condiviso ed auspicato dallo stesso Direttore del carcere... che purtroppo andò in pensione ancor prima che il Corso avesse termine. Dopo di che, tra lodi e complimenti, tutto fu congelato, come succede a vari Corsi e Progetti, dentro e fuori le mura delle carceri.

Luciano Ghersi, Aprile 2001

 

14 febbraio, a Direttore

ho ascoltato per radio delle belle, e rare, iniziative attivate nel carcere di Terni. Forse mi piacerebbe impiantare un Corso-Laboratorio di tessitura a mano con i Detenuti. Con il duplice obiettivo di offrirgli un'attività manuale e creativa e di produrre tappeti artistici utilizzando recuperi tessili. Il tappeto popolare annodato con gli stracci di recupero è già un pregiato oggetto di "Arte Tribale". Cioè si può anche vendere, con opportuno e solidale marketing.

Io sono artista o pure tessitore. Sto in Comune di Amelia, a Porchiano del Monte, dov e ho "istituito" la mia Facoltà di Tessere http://porchiano.blogspot.com , per condividere la mia esperienza più che trentennale nella tessitura a mano, (sperimentale più che tradizionale) incluse esperienze didattiche estreme ed internazionali: disabili, profughi, eccetera...

Si tratterebbe di lavorare con telai verticali da tappeti, che non richiedono eccessivo spazio che si sgomberano agevolmente qualora lo spazio vada reso disponibile per altre attività. Posso realizzare questi telai con materiale di recupero e fornire i materiali necessari ugualmente di recupero, per cui la nota spese sarebbe davvero irrisoria. D'altra parte, non potrei dedicarmi al progetto completamente gratis.

Eventuali punti deboli nella mia proposta:
1 - Tradizionalmente, la tessitura è ritenuta un arte femminile in tutta l'area mediterranea (a differenza che nell'Africa Nera, dove solo i maschi tessono, dalla Nigeria al Senegal).

2 - E' necessario usare certi strumenti da taglio (forbici, coltellini). 3 - Non ho alle spalle alcuna cooperativa, istituzione, onlus (ma non escludo alcun inquadramento).

Ardirei di invitarLa a Porchiano, per renderLe contezza della mia attività. Se pur Lei mi concedesse un appuntamento, potrei spiegarLe meglio ciò che ntendo con foto e campionari.

 

(*) http://porchiano.blogspot.com/2010/09/essere-e-tessere-in-carere.html
Gruppo FaceBook Jail Rugs / Tappeti dal Carcere

 
L'arte del Feng-shui - Il vento e l'acqua Stampa E-mail

 

In Cina, per fengshui si intende tutto un insieme di prescrizioni geomantiche - innalzate a livello artistico, secondo Joseph Needham - che consentivano di determinare, un tempo, la scelta dell'ubicazione di qualsiasi costruzione: città, palazzi, templi, strade, ponti, abitazioni e tombe. I termini feng e shui significano “Vento e Acqua”. I geomanti, convocati prima dell'inizio dei lavori, studiavano a lungo la direzione dominante dei venti, la loro periodicità, la loro forza, nonché quelle delle acque (fiumi, ruscelli, laghi, stagni...) che erano parte integrante della topografia. Ma intervenivano ben altri fattori, come l’orientamento delle pieghe del terreno, la disposizione e la localizzazione degli alberi e delle rocce, la presenza o meno di una pagoda, e le ricerche risalivano quasi fino all' “epoca di Matusalemme”! Siamo seri: tuttavia è vero che la data di nascita del futuro proprietario veniva presa in considerazione. Altro fattore determinante, i cinesi erano convinti dell'esistenza, in ogni luogo, di forze ctonie e di altre forze del sottosuolo, benefiche o malefiche, a seconda del caso. Stava al geomante prendere in considerazione tutti questi fattori - e ben altri ancora! - prima di fissare il luogo e la data dei lavori. La fortuna o la sfortuna degli occupanti dipendeva da questo.

Fare la scelta giusta

Lo scopo della geomanzia era quindi quello di giudicare, valutare i luoghi proposti, oppure anche di ricercare, a richiesta, siti in cui le influenze favorevoli fossero il più possibile predominanti, oppure modificare la configurazione di determinati luoghi che non risultavano soddisfacenti. I cinesi pensano effettivamente che il sottosuolo sia abitato e percorso da forze misteriose, manifestazioni “invisibili come il vento, impalpabili e inafferrabili come l'acqua... Forze che giungono in forma di nubi e se ne vanno sotto forma di nebbia”. Una fessura che crepa un muro, non si spiega con uno slittamento o un assestamento del terreno; in Cina si trova un'espressione immaginifica: è il soffio del drago. Ed è bene e preferibile avere questo drago "con" sé, dalla propria parte.

Spetta all'esperto interpretare tutto ciò con la sua bussola geomantica. A dire il vero, come in tutto l'emisfero settentrionale, l'orientazione migliore, verso sud, protetti dal freddo e dal vento del nord, è ricercata anche in Cina, e fu e resta comunque la prima regola da seguire. Inoltre, quando è possibile, le abitazioni vengono addossate tradizionalmente a nord, contro un'altura, per aprirsi più decisamente a sud. Dal nord vengono - e sono sempre venuti - guai, geni malvagi, freddo, venti polari, tempeste di sabbia dal Gobi, e anche invasori mongoli e mancesi.

Per di più i viventi dipendono strettamente dai morti, e la tomba di un antenato mal situata si credeva potesse provocare la rovina della famiglia, mentre una buona esposizione comportava, al contrario, la prosperità. L'aggiunta, in prossimità della tomba, di un albero o di una pagoda, al posto giusto, potevano migliorare notevolmente il fengshui mediocre di un luogo. Poiché i Mani degli antenati fanno anch'essi parse dell'universo degli spiriti che gremiscono la terra e gli spazi aerei, e turbinano volentieri intorno agli esseri e alle dimore, questi spiriti possono anche influire, sia nel bene che nel male, sul destino degli esseri viventi. In Cina esiste in effetti la convinzione che gli esseri viventi traggano le proprie forze dagli antenati, e che le tombe “funzionino” per i discendenti dei defunti come vere e proprie “centrali energetiche familiari”. Quando scoppiava una rivolta, il primo gesto delle autorità, spesso, non era quello di raccogliere le truppe, ma invece inviavano immediatamente un commando militare a devastare le sepolture degli antenati degli insorti. Da questo si capisce che il fengshui del luogo era realmente considerato importante e in continua attività. All'inizio del 1980, alcuni contadini dell'isola di Hainan hanno assillato squadre di cercatori di petrolio, perché le trivellazioni compromettevano, a loro avviso, il fragile equilibrio geomantico dell'ambiente. I lavori rischiavano di “ferire” la terra, di “tagliarle le vene”!

Così dunque, da sempre, i cinesi hanno attribuito un'estrema importanza al fengshui dei luoghi e quindi hanno chiesto l'intervento dei geomanti, i fengshui xiansheng.

Questi ultimi dovevano prendere in considerazione vari “parametri”, come diremmo noi oggi, e soprattutto non dovevano dimenticarne neppure uno. Oltre ai già citati, menzioniamo quello, importante, dei soffi opposti, lo Yin e lo Yang del sottosuolo. Per i cinesi, le profondità del suolo sono attraversate da due soffi, i cui emblemi sono la Tigre bianca, nefasta, e il Drago verde, benefico. Altro aspetto binario: i siti obbediscono ai due grandi principi che governano l'universo, le due forze antagoniste complementari; sono yin o yang. Marcel Granet, in “Pensée chinoise, li paragona alla nostra opposizione “versante in ombra e versante soleggiato”. La parola yang (associata alla situazione: a nord del fiume, a sud della montagna) suscita l'idea di calore e di luogo esposto al sole, quindi di versante soleggiato; invece sono di natura yin i versanti in ombra (a nord della montagna e a sud del fiume) e anche le tombe. Quindi, viceversa, le abitazioni degli esseri viventi sono di natura yang. L'ideale per una tomba era avere davanti un fiume, una scogliera dietro e colline ai lati.

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Luoghi propizi, più che belli

Perciò, agli occhi dei cinesi, di primo acchito un luogo non è né bello né brutto: è propizio o sfavorevole, è yin o yang, cioè in armonia con uno dei due principi cosmici. La scelta è quindi pratica prima ancora di essere estetica; la bellezza del sito è qualcosa di aggiunto, un sovrappiù. Questo fatto può risultare sorprendente quando si osserva con quanta armoniosa efficacia le costruzioni si inseriscono nei paesaggi. Non c'è dubbio che in questa alchimia della scelta del luogo vengono prese in considerazione anche i fattori estetici. Per concludere con queste forze del sottosuolo, sappiamo che si crede che il flusso dell'energia cosmica che scorre nella totalità dell'universo, circoli - come le nostre vene e arterie, o il nostro sistema nervoso - in una rete di vasi invisibili ma reali, che sono paragonati a draghi. In tal modo si è potuta paragonare la geomanzia, scienza della pianificazione e dell'utilizzazione dello spazio, all'agopuntura, che è l'arte di equilibrare le forze antagoniste che circolano nel corpo umano, pungendo dei punti nevralgici. Del resto, in geomanzia, per designare un sito ideate, si usa il termine xue, che è lo stesso utilizzato in medicina per designare i punti dell'agopuntura, i nodi in cui si concentra l'energia e in cui possono essere piantati gli aghi. I dislivelli del terreno, dalle gobbe più insignificanti alle montagne, sono manifestazioni del soffio cosmico, e rivelano le vie di circolazione profonda dell’energia vitale, linfa delle viscere della terra. Le catene montuose indicano la direzione delle vene del flusso energetico; sono paragonate a draghi, come abbiamo già detto. Il geomante viene chiamato per interpretare le pulsazioni del drago del luogo. Inoltre bisogna che la catena montuosa sia sinuosa, dinamica, perché un allineamento rettilineo dei monti indica un drago che ha cessato di vivere, fatto che non è per nulla di buon auspicio, - perché il drago, in Cina, - diversamente che da noi, dove incarna le forze del male - è un essere benefico e di buon augurio. Le strade sinuose, le traiettorie strampalate, sono considerate favorevoli alla circolazione degli influssi benefici, mentre gli influssi maligni tendono ad approfittare delle prospettive diritte. Questo è il motivo delle pareti schermo poste sull'asse d'ingresso delle abitazioni.

Una scienza e un'arte al tempo stesso

Quante domande vengono dunque poste al geomante, il cui intervento è un atto importante e completo! Sa che un errore da parte sua può far precipitare nella sfortuna e nella “iella” intere generazioni. Sul suo compasso astrologico e sulla bussola magnetica luopan, con cerchi concentrici (in alcune ci sono fino a 28 cerchi!) deve interpretare gli 8 trigrammi, i 64 esagrammi, i 12 rami terrestri, le 9 stelle, le 28 costellazioni, i 24 periodi climatici, le 72 direzioni, le 28 mansioni lunari, i 5 elementi e le 24 posizioni azimutali. Il 27° anello, per esempio, indica le orientazioni fauste e nefaste per le tombe. Sull'anello delle 72 direzioni (o draghi), un terzo (24) soltanto tra loro è favorevole. Oltre al suo uso spaziale, questa bussola consentirà inoltre di calcolare l'ora e i giorni propizi per l'inizio dei lavori. Non ci si improvvisa geomante. Portata a termine tutta questa ricerca, abbiamo osservato che il “risultato” mostrava anche, per di più, un certo felice risultato estetico nella disposizione dei luoghi. Una scienza e un'arte al tempo stesso, dunque.

Intraprendere una costruzione significava dunque congiungerla, “collegarla” alla rete delle energie cosmiche, o al soffio vitale dell'universo (qi, in cinese). L'arte del geomante consiste dunque nel ricercare, individuare, misurare le energie del luogo, scoprirvi i nodi di concentrazione, punti favorevoli e propizi alle costruzioni, e quindi luogo di collegamento per eccellenza.

Questa tradizione del fengshui non è affatto morta. Attualmente, a Taiwan, si potranno contare circa 50.000 geomanti, molti dei quali sono, naturalmente, buffoni e ciarlatani. Non ci si improvvisa geomante, l'abbiamo già detto. Recentemente, a Canton, con l'attuale liberalizzazione del regime, sembra sia stato fatto appello, a più riprese, a geomanti di Hong Kong. In passato sembra che il regime comunista li avesse eliminati del tutto. Erano ritenuti eccessivamente reazionari e legate alle superstizioni. Questi recenti interventi dei geomanti sul territorio della Cina comunista, proverebbero la straordinaria forza delle tradizioni nel popolo cinese, e la solida capacità di resistenza del suo “inconscio collettivo”. Tutta la fortuna e la sventura future dipendevano quindi totalmente da questa sapiente geomanzia e aeromanzia, e quindi dalla ricerca della migliore armonia tra lo yin e lo yang.

fonte: www.tuttocina.it

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I Tappeti Sardi Stampa E-mail

 

La tradizione della tessitura e della produzione di tappeti sardi è considerata una delle forme di artigianato sardo più rappresentativo del patrimonio culturale della Sardegna. Pare che le origini di tale tradizione risalgano addirittura al mondo romano e bizantino.

Il mestiere della tessitura e la produzione di tappeti sardi che oggi giorno è un’arte preziosamente conservata e diffusa commercialmente, nei secoli passati era una delle attività più importanti svolte dalle donne sarde all’interno delle mura domestiche, le quali, attraverso la tessitura e la creazione di manufatti quali ad esempio i tappeti sardi e gli arazzi, potevano partecipare attivamente al sostentamento familiare.

L’arte della manifattura tessile e della produzione di tappeti sardi, veniva perciò tramandata di generazione in generazione come una ricchezza, oltre che artistica, anche economica.

L’abile e paziente lavoro della tessitrice è il vero segreto di questa lunga tradizione di creazione prodotti artigianali tipici sardi quali tappeti, arazzi e tende, che si è evoluta con il passare del tempo ed è arrivata a noi, così come la conosciamo, grazie all’esperienza delle nostre più vicine antenate.

 

Fino a poche generazioni fa, nelle "domus sarde", le tessitrici preparavano il corredo nuziale per le donne di casa e allo stesso tempo insegnavano loro l’arte della tessitura di tappeti sardi, arazzi e tende, per tramandarne la preziosa arte alle loro future figlie.

I manufatti tessili tipici sono principalmente: i tappeti, gli arazzi, le strisce e le bisacce. La funzione principale del manufatto tessile e del tappeto sardo era originariamente quella di copricassa "copericascia", decorazione dell'austera cassapanca depositaria della dote della sposa e del piccolo tesoro domestico.

Questa antica funzione ne spiega la struttura, costituita generalmente da una sezione con figure o disegni geometrici con bande laterali poste a guisa di cornice.

Sino a trenta quaranta anni fa era possibile, percorrendo i paesi dell'isola, dalla lunga tradizione artigiana del tessuto e dei tappeti sardi, vedere che quasi tutte le donne erano davanti al telaio di legno intente alla composizione.

Oggi di tutto questo scenario n'è restata solo una minima parte. Purtroppo questa lunga tradizione rischia oggi di scomparire a causa dell’enorme progresso che è avvenuto in questo campo: al faticoso lavoro manuale con i vecchi telai di un tempo si è soliti ormai preferire i nuovi macchinari, che riescono a produrre manufatti tessili e tappeti sardi in pochissimo tempo e fatica.

 

Sebbene esistano esemplari in cotone e lino, la maggior parte dei tappeti sardi viene da sempre realizzata in lana cardata, tessuto facilmente reperibile nell’isola, tradizionalmente dedita alla pastorizia.

I colori tipici e predominanti, in passato totalmente naturali e in tempi moderni tendenzialmente sostituiti da coloranti artificiali, sono il giallo, il rosso, il nero e il marrone.

Le tecniche di tessitura sono varie e si differenziano a seconda del motivo da delineare: esempi sono la lavorazione a trama (detta anche "un in dente"), similare ai disegni dell’arte indiana, e quella a punto pieno "pibiones", rivolta a creare motivi semplici e stilizzati su sfondo bianco.

 

I rombi, i fiori, gli uccelli stilizzati, i cinghiali, i grappoli d’uva sono solo alcuni degli affascinanti disegni, spesso policromi oppure in rilievo, di tappeti, arazzi e coperte. Queste ultime, più spesso, sono "bianche", cioè hanno il colore naturale della lana, con disegni floreali e geometrici.

Fra un centro e l’altro (famosi quelli di Mogoro e Samugheo in provincia di Oristano, Dorgali, Sarule e Isili a Nuoro, e altri, variano sia i colori che i moduli decorativi.

 
Le lacche cinesi Stampa E-mail

Le antiche lacche cinesi

La tecnica e l'arte della lacca sono state inventate e create dai cinesi. Insieme alla seta e alla porcellana costituiscono uno dei maggiori apporti della Cina all'arte universale. Da venticinque secoli le lacche, in Cina, sono state considerate oggetti artistici e di lusso. Erano realizzate dopo una lunga serie di operazioni lente, minuziose e complicate, che facevano intervenire, uno dopo l'altro, una decina d'artigiani e d'artisti. Morbidi, gradevoli, vellutati, con una lucentezza al tempo stesso calda e brillante, sorprendentemente leggeri, e tuttavia estremamente resistenti, poco rumorosi quando vengono urtati, gli oggetti di lacca hanno un fascino irresistibile, e non bisogna scordare altre proprietà incomparabili: sono resistenti all'acqua, anche se bollente, all'umidità, agli acidi e al calore, mentre la loro anima interiore nella maggior parte dei casi è di legno, di stoffa o di cartapesta.

Oltre alla "lucentezza e alla freschezza" che le caratterizzano, padre Le Comte notava già con ammirazione, in una lettera del 1685, che i recipienti di lacca non conservavano alcuna traccia d'odore e non restavano macchiati di grasso neppure dopo essere stati semplicemente lavati con acqua. Isolanti eccellenti, oggi trovano impieghi inattesi nell'industria: cruscotti per automobili e lampade da scrivania, per esempio. A dire il vero la lacca fu la prima materia plastica di cui sia stato fatto uso.

La lacca: materiali e tecniche.

Il termine lacca può designare una vernice, gli oggetti fabbricati con essa, il materiale di base, una resina - si tratta di una vernice derivata dalla resina succosa, grigio-rossastra, di una terebintiacea, il Rhus vernicifera: è il qishu dei Cinesi, un albero che vive una ventina d'anni e in estate viene inciso come un pino delle Lande. Oggi l'albero è passato anche in Corea, in Giappone e nell'Annam. Non si deve confondere questa resina corrosiva e delicata da maneggiare con la gommalacca dell'India, di Ceylon e della Birmania, prodotta da un insetto arboricolo. Una volta raccolta, la resina fermentata viene depurata tramite filtraggi attraverso stoffe di canapa, e sottoposta a una lenta ebollizione; poi viene tinta di nero tramite l'aggiunta di nerofumo o di solfato di ferro, o di rosso, con del cinabro (o solfuro naturale di mercurio).

Si possono anche ottenere lacche bruno-rossastre o dorate, di varie sfumature. Questa vernice protettiva viene quindi passata su ogni genere di oggetti, recipienti (vasellame per la tavola o a fini funerari), vasi rituali, piatti, schermi da tavolo, cesti, scatole da regalo, cappelli (su seta), scarpe, bare, mobili (stipi, armadi, sgabelli portaoggetti, paraventi, guanciali...), strumenti musicali (liuto, siringa ecc...), oggetti da toilette (pettini, scatole per cosmetici, per unguenti...), armi (impugnature e foderi di spada, archi, scudi...).

In tutti i tempi, anche i pilastri e le colonne dei palazzi e dei templi, nonché le grandi statue buddhistiche furono laccati. Come si può vedere, moltissimi oggetti della vita quotidiana erano rivestiti con questa vernice protettiva, bella e adatta a ricevere ogni genere di decorazione (poteva essere dipinta, scolpita, incisa, incrostata, incavata e poi dipinta).

Materiali di ogni genere servivano da supporto a questi oggetti da laccare: il più usato era un legno di pino che veniva oliato, e su cui talvolta veniva applicata una tela di canapa o di ramia (fibra tessile ricavata da una specie di ortica). Ma si laccavano anche bronzi, porcellane e terraglie, cuoio, cartapesta, oggetti di scorza di bambù, e carcasse di tela indurita, di canapa o di ramia. Su di una forma d'argilla o di gesso veniva applicata della tela che era laccata e lasciata asciugare. Queste applicazioni di tela e lacca venivano ripetute a più riprese, fino a ottenere uno spessore adeguato. Questi supporti di tela erano altrettanto durevoli e più leggeri di quella di legno.

Una volta pronta questa forma, come procedevano i sette o otto lavoranti che se la passavano uno dopo l'altro?
Il primo preparava l'apprettatura, poi stendeva questo rivestimento, una vernice mista a ceneri di ossa carbonizzate; una volta che quest'apprettatura si era asciugata, i laccatori passavano uno strato dopo l'altro di lacca, che si lasciava asciugare lentamente (operazione estremamente lunga e delicata, che richiedeva circa una settimana per ogni laccatura), in un ambiente umido e oscuro, al riparo dalla polvere, all'interno di fosse o barche, sui laghi.

Quando ogni strato si era seccato (una decina o più durante la dinastia Ming), veniva sfregato con cura per mezzo di una pietra pomice o con carbone di legna, poi veniva levigato e lisciato a mano. Ogni otto, dieci giorni, quest'operazione veniva ripetuta: verniciatura, pomiciatura, levigatura, asciugatura ecc... Quindi interveniva il laccatore responsabile dell'ultimo strato, talvolta un doratore, ed era soltanto dopo altri otto giorni circa, dopo tutte queste asciugature, che intervenivano gli artisti; il pittore, l'incisore (per l'iscrizione, poiché molte lacche recano il nome degli artigiani e dei funzionari responsabili), e infine il pulitore-lucidatore.

Tutto il lavoro della laccatura preludeva dunque alla decorazione. Si dipingeva sulla lacca dura, oppure la si scolpiva, tagliava, incideva, si incavava per dipingerla, oppure la si incrostava d'argento (durante la dinastia Han), di madreperla (durante le dinastie Tang e Ming) oppure di piccoli motivi d'avorio, madreperla, tartaruga, corallo, lapislazzuli, quarzo, corniola, giada, agata, turchese ecc. (nel XVIII-XIX secolo).

Si osserverà che, dal IV secolo a.C., si diffuse la consuetudine di riservare il nero alle superfici esterne (scatole, recipienti, bare ecc...) e il rosso all'interno. Per di più, nel caso di applicazioni sovrapposte di colori diversi, in ultima istanza, il rosso è sempre applicato sul nero, non avviene mai l'opposto.

L'arte della lacca attraverso le dinastie

L'arte della lacca risale alla dinastia Shang, nel XV secolo a.C., come si può dedurre osservando il vasellame imperiale o le pareti e i pilastri di alcune camere funerarie. Nel periodo seguente, quello della dinastia Zhou (XIX-VIII secolo), veicoli, finimenti e armi sono a loro volta laccati. Dal loro avvento al trono, i sovrani Zhou facevano preparare la propria tomba e la propria bara su cui, sembra, ogni anno veniva steso uno strato di lacca. Durante il periodo dei Regni Combattenti (476-221 a.C.), mentre la grande arte del bronzo è in declino, la lacca sembra prenderne il posto, e ne consegue un considerevole sviluppo della produzione di lacca.

I laccatori e i decoratori disponevano di una gamma relativamente vasta di tinte, a fianco del rosso e del nero classico, che dominano nel vasellame delle famiglie agiate (ciotole, piatti, coppe ecc.). Una decorazione dipinta veniva applicata sulla lacca o incisa sulla superficie di questa, in modo da far comparire lo strato sottostante, che era di colore diverso; l'ornamento dipinto è comparso nel IV secolo a.C., e poiché la lacca ha resistito particolarmente bene nei diversi strati ar- cheologici, anche se umidi, rappresenta il mezzo più adatto a informarci sugli inizi della pittura cinese, perché in effetti ci sono pervenuti pochi supporti in seta antichi. Gli oggetti rinvenuti a Jincun nello Henan e soprattutto a Mawangdui (presso Changsha), nello Hunan, hanno rivelato decorazioni molto ricercate, elegantissime, manifestamente ispirate ai motivi che ornano i bronzi arcaici incrostati.

La dinastia Han (due secoli prima e due secoli dopo la nascita di Cristo) è un periodo importante per la produzione delle lacche; ma dalla fine della dinastia, la ceramica si guadagnerà il favore generale, soppiantandole. Durante la dinastia Han, la decorazione dipinta testimonia una grande delicatezza e padronanza della tecnica. Oltre al nero e al vermiglio si sono imposti altri colori: verde di cromo, blu, giallo cadmio, bianco e ocra. Esistono inoltre decorazioni scolpite nello spessore della lacca, e oggetti di lusso incrostati di bronzo, argento, oro e madreperla. I centri più rinomati si trovano nel Sichuan, e nei distretti di Shu e di Guanghuan; esempi di produzione provenienti da questi luoghi e firmati, sono stati rinvenuti perfino in Mongolia e in Corea del nord, a Lelang, nota per il famoso cesto col fregio tutto intorno, pieno di vivacità, con raffigurati 49 personaggi in fila, che sembrano conversare tra loro. (È conservato al museo di Pyongyang). Alcune iscrizioni forniscono le date, i nomi, - talvolta perfino quelli degli 8 artigiani e dei 5 funzionari - la capienza ecc... di questi articoli prodotti dalle manifatture governative. Ma i reperti più stupefacenti e tra i più recenti sono stati trovati nelle tre tombe di Mawangdui, vicino a Changsha (datate tra il 186 e il 168 a.C.). Sono le tombe del marchese di Dai, di sua moglie e dei loro figli; hanno rivelato rispettivamente 186, 180 e 316 oggetti di lacca, un “bottino” favoloso, senza contare le grandi bare di legno laccato. Si tratta per la maggior parte di oggetti di una raffinatezza infinita.

Poco prima della dinastia Tang (618-907), si sviluppò un nuovo procedimento, detto guri, che venne poi ripreso dai giapponesi e che consiste nella sovrapposizione di una dozzina di strati alternati di rosso cinabro e di nero, o di altri colori ancora. Questa patina veniva poi intagliata con lo scalpello a taglio obliquo, con una lama inclinata; il risultato ottenuto era quello di strisce arcobaleno disposte a disegni sinuosi o geometrici.

Durante la dinastia Tang nacquero le lacche rosse scolpite, che in Cina vengono chiamate tihong: su di un'unica anima di legno (mobili, armi ecc...) si praticavano delicati incavi sullo spessore della lacca, in corrispondenza delle zone che contornavano i motivi precedentemente disegnati, i quali quindi, in seguito, si staccavano in rilievo sul fondo cavo.

A quest'epoca appare inoltre il procedimento detto pingtuo che si diffonderà in Giappone (XI-XII secolo): fasce ricavate da sottili fogli d’oro e argento venivano applicate sul supporto laccato e ricoperte da diversi strati trasparenti. Un altro procedimento decorativo, destinato ad avere un grande successo in Giappone, consisteva nello spruzzare la polvere d’oro sul fondo laccato. Infine, il procedimento detto "lacca secca" permise di realizzare grandi statue. La tecnica consisteva nel sovrapporre su uno stampo di argilla o di legno diversi strati di tessuto (generalmente canapa) impregnati di lacca, talvolta mescolata ad argilla o a polvere di carbone di legna. Poiché tali statue erano portate a spalla dagli uomini in occasione delle processioni buddhiste era preferibile che fossero leggere; quest'epoca è caratterizzata da un gusto per la grandiosità. Alcuni musei possiedono rari esempi di lacche secche del periodo Liao (XI-XII secolo).

Le lacche Song (960-1280), rarissime, erano di eccezionale qualità e rigorosa perfezione tecnica. Anche se i testi continuano a parlare di lacche rosse scolpite, gli scavi hanno rivelato soltanto pezzi neri senza decorazioni, coppe, ciotole frastagliate a corolle e scatole delicatamente lobate. I laboratori più rinomati dell'epoca erano nello Hebei, nel Jiangsu e nella sua vicina provincia meridionale, il Zhejiang.

Nel periodo Yuan (1280-1368), viaggiatori come il marocchino Ibn Battutah, di passaggio a Canton nel 1345, furono colpiti dall'ottima qualità delle lacche che a quel tempo venivano spedite principalmente verso l'India e la Persia. Molte di queste lacche erano scolpite e cesellate in superficie e rivelavano vari strati di pigmenti a diversi colori. Uccelli, rami, fiori, venivano asportati con grande abilità su piatti o scatole rotonde, con i bordi ornati a volute o spirali.

Durante la dinastia Ming (1368-1644), le lacche assumono un'importanza sempre maggiore. Vengono utilizzate tutte le tecniche, e la più frequente è il tihong, a cui si è già accennato, ovvero il "rosso scolpito e cesellato". Alcuni oggetti sono dipinti, altri, influenzati dall'influsso giapponese, sono decorati in foglia d'oro, e altri ancora, estremamente raffinati e con riflessi meravigliosi, sono detti "madreperlati", per le incrostazioni di madreperla, conchiglie e pagliuzze d'oro e d'argento. Nel XVI secolo e all'inizio del XVII, è prediletta una nuova tecnica: si tratta delle lacche "incise e colorate".

Su di uno spesso strato di lacca levigata, sovente color camoscio o rossa, arancione, chiara, i motivi decorativi (frutta, personaggi, paesaggi, simboli, viticci, draghi ecc...) sono asportati e poi riempiti di lacche colorate (verdi, brune, ocra, rosso vivo e nere), poi levigati con la pietra pomice. Le linee esterne e certi particolari vengono quindi incisi prima di ricevere un sottile strato d'oro, quasi traslucido, che lascia intravedere l'incisione. Comparsa dall'XI secolo, questa tecnica, "incisa e colorata", dall'aspetto prezioso tanto caratteristico, raggiunge il suo culmine durante il regno di Jiajing (1522-1566) e Wanli (1573-1620). Poi le composizioni si appesantiranno e i rilievi si appiattiranno.

I tihong, o lacche di cinabro, detti "di Pechino", spesso eseguiti su un'armatura di canapa-ramia, stupiscono per la loro leggerezza e per la raffinata decorazione scolpita, soprattutto le scatole quadrilobate, estremamente particolari, dell'inizio di quest'epoca, quella dei regni di Yongle (1403-1425) e di Xuande (1426-1436), periodo che segna l'apogeo di tale tecnica.

Durante la dinastia Qing, molte lacche saranno prodotte per venir esportate in Europa; Pechino e Suzhou si specializzano nelle lacche incise, Fuzhou e Canton nelle lacche dipinte. Troppo frettolosa, la produzione di Canton, a motivi d'oro su fondo nero, non era affatto apprezzata dai cinesi del tempo, e quindi venne riservata all'esportazione. I paraventi e i cofanetti, dalle incisioni energiche ma dai colori tenui e lumeggiati di polvere d'oro, realizzati a Fuzhou, furono esportati in tutto il mondo.

Ai mobili madreperlati si aggiunsero mobili sovraccarichi di incrostazioni (lapislazzuli, avorio, corallo, quarzo, agata, turchese, giadeite ecc...) che furono molto ricercati in Europa per più di tre secoli. Il XVIII secolo è caratterizzato da una specie di orrore per gli spazi vuoti, con le sue composizioni eccessivamente decorate e un virtuosismo che diventa sterile. Nel corso di questo secolo, la tecnica delle lacche scolpite dette di Pechino è limitata alla fabbricazione del mobilio di corte, ma anche in questo caso, il fondo rosso spento è guastato da decorazioni sovraccariche e monotone che fanno rimpiangere le splendide opere del regno di Kangxi (1662-1723) di cui si conoscono stupendi armadi, ornati di paesaggi policromi, o di draghi in rilievo, dorati. Ma nella maggior parte dei casi, il mobilio di gran pompa dei templi e dei palazzi era costituito soprattutto da mobili laccati dipinti semplicemente. Alcuni armadi (gui) - generalmente in coppia - spesso resi più elevati della metà della loro altezza tramite l'aggiunta di un baule per i copricapi sulla parte superiore - nonché alcuni stipi, in particolare usciti dai laboratori dello Shanxi, ci affascinano per la freschezza d'ispirazione delle decorazioni e per l'aspetto della "lacca cuoio"; i pannelli sono incisi e presentano zone colmate di lacca rossa, nera e bruna, così che la mescolanza di questi toni ricorda il colore lievemente fulvo del cuoio.

I paraventi

Conosciuti in Cina dall'epoca Han, i paraventi cinesi (allora erano dipinti) godranno di un immenso successo in Europa, soprattutto nel XVII e XVIII secolo; vengono spesso chiamati "di Coromandel" dal nome della Costa orientate del Dekkan indiano, dove venivano immagazzinati nei porti delle Compagnie delle Indie per essere poi distribuiti a seconda delle ordinazioni e delle diverse destinazioni. Questi paraventi venivano realizzati con una tecnica diversa; su un fondo bruno si applicava e si incollava una tela sottile, su cui si stendevano una serie di strati di lacca. La decorazione veniva poi incisa, le parti incavate erano ricoperte di colori dai toni sfumati e opachi.

Gli esempi più belli risalgono al regno di Kangxi. In generale comprendono un numero pari di "fogli" (o pannelli), 8, 10 0 12, nella maggior parte dei casi, fatta eccezione per i paraventi che fungono da schermo ai troni, che invece presentano un pannello supplementare, al centro, in origine destinato a essere situato proprio dietro al trono dei dignitari o dei principi. Piuttosto rari, questi paraventi da trono sono molto apprezzati dagli appassionati d'arte.

Nel XVIII secolo osserviamo anche che i colori si fanno più vivaci e meno delicati; il rosa, a base di cromo d'oro, è comparso dopo il 1730. Dal 1800 in poi, il numero degli strati di lacca si riduce, e i toni si fanno progressivamente sempre più freddi e violenti. I paraventi a sfondo color crema sono moderni.

Il criterio principale per valutarli è l'antichità. I più costosi sono i pezzi del XVII secolo, soprattutto quelli con lo sfondo tartaruga, i più rari, o quelli a fondo oro, ancora più straordinari.

Il secondo criterio è lo stato di conservazione, dato che le riparazioni sono delicate, difficili ed estremamente onerose.
Terzo criterio: la qualità, il fascino della decorazione e della composizione. Le decorazioni chiare e cangianti, dalle tonalità attutite dalla patina sono quelle maggiormente apprezzate. Le composizioni con uccelli e rami, o con fiori (peonie, crisantemi, papaveri ecc...) sono le più richieste, poi vengono i paesaggi animati di personaggi, nei giardini o in descrizioni di palazzi, con specchi d'acqua, fiumi e strane rocce, visti con una prospettiva dall'alto.

Infine sopraggiunge un altro criterio, quello dell'altezza dei paraventi, che varia da 1,20 m e 3,50 m; le misure medie sono le più apprezzate, perché si adattano meglio ai volumi delle stanze e all'effettiva altezza dei soffitti dei nostri appartamenti moderni.

Infine, si sappia che molti paraventi antichi sono stati smembrati per essere trasformati in ripiani di tavolini bassi.

 
Pazyryk: La storia del tappeto più "vecchio" del mondo Stampa E-mail

 

Ogni tappeto racconta una storia, ma pochi possono vantarne una così affascinante come il tappeto più antico mai trovato intatto.

E' il tappeto di Pazyryk, scoperto, congelato, in una tomba della steppa siberiana. Tessuto nel V° secolo A.C. e recuperato quasi 2500 anni dopo, quando, nel 1949, gli scienziati russi aprirono uno dei molti tumuli ritrovati nella valle di Pazyryk, nei monti Altai a sud di Novosibirsk.

Perché le tombe, al confine della frontiera della Russia con la Cina, Kazakistan e Mongolia, venivano scavate in profondità e coperte con pali di legno e pietra; il tappeto e i corpi mummificati dei nobili che accompagnava quindi, emersero in uno stato straordinariamente ben conservato.

 

  

 

Ecco una foto di un angolo del tappeto, che è ora al Museo Hermitage di San Pietroburgo. L'immagine nella parte superiore della pagina è un dettaglio di uno dei cavalieri del tappeto.

Il secolo durante il quale il tappeto è stato messo nel sepolcro è meglio conosciuto in Occidente per quello che stava accadendo nella Grecia antica.

Il V° secolo infatti è stato il tempo delle guerre greco-persiane, Erodoto completava la sua "storia" della costruzione del Partenone, Sofocle scriveva "Antigone" e, infine, ci fu la rovinosa guerra del Peleponneso tra Atene e Sparta.

Ma la storia che ci racconta il tappeto è molto diversa da quella degli antichi greci.

Racconta la storia degli Sciti, una tribù in parte sedentaria, in parte nomade, la cui casa era la vasta distesa dell'Eurasia a nord della Grecia, Mesopotamia, Persia e Cina.

 

 

Questa è la foto di un cavaliere Sciita, realizzata con una tecnica di applicazioni di feltro. E'stata trovata appesa ad un muro, insieme al tappeto, nelle tombe di Pazyryk.

Interlocutori, ma fieramente indipendenti dal dominio del grande impero Persiano, gli Sciti estesero la loro influenza nelle terre che vanno dalla moderna Bulgaria, attraverso l'Ucraina e in Asia centrale, fino al confine con la Cina di oggi.

La base del loro potere, e la loro ricchezza di negoziazione, stava nelle numerose mandrie di cavalli e nella bravura dei loro cavalieri, che rendeva il loro esercito estremamente mobile e quasi impossibile da conquistare.

Allo stesso tempo, erano un canale imprescindibile per il commercio lungo la via della Seta, che ha trasportato le merci tra la Persia, l'India e la Cina.

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La particolarità delle popolazioni scite stava però nel riuscire ad associare la mobilità tipica dei cavalieri e dei nomadi, al mantenimento di una cultura e di una corte ricca e strutturata, di solito associata alle popolazioni sedentarie ed agli abitanti delle città. Ciò era probabilmente dovuto anche all'uso di carrozze come questa, trovata smontata nelle tombe di Pazyryk. Tramite esse infatti erano in grado non solo di spostare facilmente le loro tende e le altre necessità, ma anche portare con sé interi negozi di beni di lusso, alcuni dei quali importati o di produzione propria. Infatti, una delle cose per le quali gli Sciti sono ancora ricordati oggi, è stata la loro capacità di lavorare l'oro e la realizzazione di gioielli intricati e splendidi, dei quali oggi sono pieni i nostri musei.

L'altra cosa per la quale sono ricordati gli sciti è la dimensione del loro tumuli reali, noti come "kurgan", che in alcuni casi raggiungevano e superano 20 metri di altezza. All'interno, come le piramidi egizie, i nobili erano sepolti con il loro tesoro per l'uso nella vita ultraterrena.

 

 

Questa mappa mostra, approssimativamente, l'entità delle terre scite al tempo dell'Impero Romano.

L'altro grande popolo nomade del nord dell'Eurasia in quel momento, era quello di lingua turca (da "Turan" il mitico antenato dei Turchi), che abitava le zone più ad est.

Più tardi questi popoli sarebbero stati spinti verso il lato più occidentale, dal secolare conflitto con i persiani, così come emblematicamente raccontato nei poemi epici classici della letteratura persiana.

Comunque, seppure oggi si sa abbastanza degli sciti e dei loro usi, soprattutto grazie alla menzione che di loro se ne fa nelle storie antiche e allo scavo dei loro tumuli, si sa molto poco sulla loro cultura tessile e dei tappeti.

L'unica certezza è che realizzavano sia tappeti annodati che feltri e tappeti piatti, e che entrambe le lavorazioni, mostravano un elevatissimo livello di sofisticatezza tecnica ed estetica, a dimostrazione che appartenevano ad una tradizione artistica molto antica.

Ma se questa tradizione fosse originata dagli stessi sciti o "presa in prestito" dai vicini è impossibile saperlo con certezza.

La maggior parte degli studiosi ritengono che il tappeto di Pazyryk non avrebbe potuto essere tessuto in un ambiente nomade in un angolo remoto della steppa siberiana.

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Murray Eiland Jr. e Murray Eiland III, in una nota del loro libro "Tappeti Orientali" (1998) sostengono che il tappeto "solleva la questione di come dei pastori nomadi avrebbero potuto acquisire la perizia necessaria ad eseguire un lavoro tecnicamente perfetto"; e si rispondono che "gli scambi commerciali potevano produrre questo come risultato, tanto è vero che sono stati ritrovati tessuti di seta cinese a Pazyryk e in altre sepolture nomadi delle steppe".

Le teorie sull'origine del tappeto assumono quindi che fu tessuto probabilmente in un importante centro della Persia achemenide, o forse in un avamposto dell'impero persiano vicino a Pazyryk. Se così fosse, ci troveremmo di fronte non solo al tappeto più antico mai realizzato e ritrovato intatto, ma anche ad un esempio lampante del primo commercio dei tappeti.

Con i suoi motivi di cavalieri e cervi, potrebbe essere stato espressamente progettato per l'esportazione verso le steppe. Oppure, avrebbe potuto essere specificatamente commissionato da un capo scita.

 

Ecco una sella trovata nelle tombe di Pazyryk, che mostra lo stesso tipo di nappe che si possono vedere sulle selle raffigurate nel tappeto.

Il mistero dell'origine esatta del tappeto Pazyryk probabilmente non sarà mai risolto. E forse, non ha neanche bisogno di esserlo, perché il Pazyryk detta un punto fermo ancora più importante, e cioè che i tappeti, siano essi tessuti in proprio o importati da lontano, sembrano essere un interesse umano universale antico come il tempo.

Tra l'altro, si può affermare anche un'altra cosa: il tappeto è stato da sempre considerato un oggetto di grande importanza, di pregio, un bene prezioso, tanto che gli Sciti lo includevano nell'elenco delle cose adatte ad essere inserite in una tomba reale.

 

 

 

Oggi, il tappeto di Pazyryk è regolarmente riprodotto da tessitori di tappeti moderni, che trovano il suo "design" comprendente cavalli, grifoni e cervi, ancora ricco di un fascino magico.

Questa copia viene prodotta da tessitori del nord dell'Afghanistan.

E 'interessante pensare al tappeto di Pazyryk, collocato in una tenda reale, come primo esempio conosciuto al mondo, di una stanza arredata con un tappeto.

Ed è ancora più affascinante pensare che questo esempio, così sorprendente per la sua bellezza, può anche arredare le nostre case oggi....

Liberamente tradotto da Tea & Carpets

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