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I Tappeti Lotto Stampa E-mail

fonte TappetiMagazine - Autore Paolo

I tappeti noti come “Lotto” costituiscono forse la tipologia di tappeti anatolici classici che ebbe maggior successo in Europa, o almeno quella di cui si sono conservati il maggior numero di esemplari (ancora oggi ne esisterebbero nel mondo oltre cinquecento) e che è stata più riprodotta nella pittura europea a partire dagli inizi del ‘500. Sono infatti note oltre ottanta raffigurazioni pittoriche, che non solo forniscono elementi preziosi per la datazione dei tappeti ancora esistenti, ma documentano con precisione l’uso dei tappeti orientali all’epoca in cui furono riprodotti.

Nel corso del tempo, questo tipo di tappeto è stato denominato dagli studiosi in modi assai diversi: “dell’Asia Minore”, “tappeto dei pittori”, “Holbein”, “Holbein tipo II”, “Ushak ad arabeschi”, “a griglia”, ma la definizione tuttora più utilizzata è quella che prende il nome dal pittore Lorenzo Lotto (Venezia 1480 - Loreto 1556 circa) benché egli l’abbia ritratta solamente due volte in circa duecentocinquanta opere. Oltre a questi, Lotto ha raffigurato anche altri tappeti, tra cui quelli cosiddetti “a rientranza” o “a buco di serratura”, comunemente noti col nome del pittore Bellini.

Curiosamente Lotto è l’unico tra i pittori rinascimentali di cui sia documentata la proprietà di almeno un tappeto anche se non è dato sapere quale disegno avesse. La prima raffigurazione conosciuta di un tappeto Lotto è nel “Ritratto del cardinale Bandinello Sauli, il segretario e due geografi” opera di Sebastiano del Piombo del 1516, oggi alla National Gallery di Washington.

 

 

Tappeti di questo tipo compaiono successivamente anche nei quadri di altri pittori italiani e in dipinti di scuola portoghese, fiamminga, olandese, inglese, ma anche nella pittura ungherese di catafalco del XVII secolo.

 

Lotto del XVII secolo

La prima raffigurazione di Lorenzo Lotto è nella ”Elemosina di S. Antonio Pierozzi di Firenze” del 1542, nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia. La seconda è nel “Gruppo di famiglia” del 1547, che si può ammirare alla National Gallery di Londra.

 
 

 

I Lotto sono caratterizzati da una composizione modulare continua a formare una griglia ad arabeschi in varie tonalità di giallo contornata di nero, su fondo rosso, circondata in origine da una stretta bordura.

Le varianti cromatiche sono rarissime: si conoscono alcuni esemplari con le decorazioni in blu e verde o con il fondo blu o nero.

Alcuni di questi tappeti hanno in un angolo lo stemma nobiliare di famiglie europee (per esempio la famiglia genovese Doria-Centurione) che li commissionarono in Oriente. I primissimi studi propendevano per un’origine vegetale del motivo decorativo: “Accanto alle figure ornamentali così tipicamente scalettate , è possibile cogliere anche delle ramificazioni a tralcio, elementi vegetali, dunque, che in seguito alla stilizzazione... appaiono però privi di qualsiasi carattere naturalistico” (Riegl 1891).

Attualmente si ipotizza per i Lotto, così come per gli Holbein a disegno piccolo, una diretta derivazione dai motivi tradizionali dei popoli turchi dell’Asia centrale filtrata dalla raffinata sensibilità dei laboratori vicini alla Corte Ottomana.

La classificazione corrente dei Lotto è stata proposta nel 1975 dallo studioso ed esperto americano Charles Grant Ellis in funzione del disegno del campo, che prevede tappeti Lotto in stile “anatolico”, più classico ed elegante;

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in stile “kilim”, con profili degli ornamenti particolarmente geometrici e seghettati;

 
 e in stile “ornato” caratterizzato da riccioli ad uncino.

Ellis sosteneva che solo il primo gruppo fosse di provenienza anatolica (precisamente dalla regione di Konya, Ushak o simili) mentre per gli altri due indicava come zona di produzione i territori europei dell’Impero Ottomano ed in particolare la Valacchia.

Oggi gli studiosi sono pressoché unanimi nell’assegnare questa tipologia all’area di Ushak, storico centro di produzione nell’Anatolia occidentale.

I Lotto sono realizzati interamente in lana; l’ordito è in lana di colore naturale avorio, mentre la trama è solitamente di colore rosso.

La densità di annodatura varia da circa 500 a 1500 nodi per decimetro quadrato; la maggior parte degli esemplari si colloca nell’intervallo 700-800 per decimetro quadrato. Il 95% circa dei Lotto presenta lazy lines sul retro.

Questi tappeti, al pari di altre tipologie anatoliche coeve, sanciscono il definitivo distacco dai precedenti canoni decorativi a figure d’animali.

Secondo Volkmar Gantzhorn le nuove iconografie sarebbero state la risposta dei produttori di tappeti all’utilizzo nelle chiese di velluti, broccati e applicazioni, una moda diffusa in Europa dal XV al XVII secolo. L’affermazione sorprende, perchè non è chiaro il motivo per cui le manifatture dovessero tenere conto delle mode decorative delle chiese europee, ma diventa comprensibile considerando che Gantzhorn, sulla base dei motivi di bordura, attribuisce i Lotto non solo a centri di produzione dell’Anatolia centrale, occidentale e sud-orientale, ma anche all’Italia, alla Grecia e all’Europa orientale.

Gli esemplari più antichi risalgono alla fine del ‘400 e la produzione si estenderà per un arco di circa due secoli e mezzo; la maggior parte degli esemplari risalgono al XVI secolo e soltanto pochi pezzi al XVII.

I primi esemplari mostrano una stretta bordura “cufica”, mentre il bordo a cartigli e il motivo a “fascia di nubi” compaiono all’inizio del XVII secolo.

Poiché la tipologia nasce negli ateliers che facevano riferimento alla Corte, i Lotto più antichi sono generalmente di grandi dimensioni (fino a 5 metri di lunghezza). Le copie tarde, magari realizzate su telai di villaggio, sono dimensionalmente più piccole; la cornice, inizialmente piuttosto stretta in rapporto alla larghezza del campo, si allarga acquistando anche ornamentazioni floreali, e il disegno nel campo appare talvolta irrigidito, impreciso e asimmetrico.

Anche la densità di annodatura, scende progressivamente anche a meno di 500 nodi per decimetro quadrato. Gli esemplari più antichi sono in stile “anatolico”, mentre quelli in stile kilim e ornato arrivano ad una più larga diffusione intorno alla fine del ‘500.

Il successo riscosso da questo peculiare impianto compositivo a griglia ad arabeschi è testimoniato anche dalla realizzazione in Inghilterra di copie molto fedeli dell’originale anatolico, eseguite verso la fine del ‘500 con ordito in canapa e vello in lana.

Anche oggi questo modello è stato ripreso da alcune manifatture.

 

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Riferimenti bibliografici.

Brancati LE. Questioni sul tappeto. Allemandi, 1998.
Ellis CG. “Lotto” patterns as a fashion in carpets. In: Festschrift für Peter Wilhelm Meister, Hamburg, 1975.
Ellis CG. Oriental carpets in the Philadelphia Museum of Art. Philadelphia, 1988.
Eskenazi JJ. Il tappeto orientale. Allemandi, 1987.
Gantzhorn V. Il tappeto cristiano orientale. Taschen, 1991.
Ionescu S. Antichi tappeti ottomani in Transilvania. Verducci, 2005.
Klose C. I tappeti di Fontaine-Chaalis. In: Ghereh 2002, 2.
Mills J. “Lotto” carpets in Western paintings. In: Hali, 1981, 3.
Riegl A. Antichi tappeti orientali. Quodlibet, 1998 (trad. italiana a cura di A. Manai di: Altorientalische teppiche. Lipsia, 1891).
Sabahi T. L’arte del tappeto d’oriente. Electa, 2007.
Schoeser M. Tessuti del mondo. Skira, 2003.
Zipper K, Fritzsche C, Jourdan U. Tappeti orientali. Turchi - turcomanni. Fabbri, 2000.

 
 

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